03/12/02

Da invisibili a visibili

Verso il 2003, anno europeo dei disabiliOggi è la giornata dedicata alle persone disabili: ragazzi, giovani, adulti che, a causa di malattia o di trauma, vivono in condizioni di difficoltà personali, ma anche famigliari, scolastiche, al lavoro, nella città.
Li hanno chiamati "cittadini invisibili": non appaiono perché sono marginali e non sono loro garantiti "tutti" i diritti.
Sono molto numerosi in Italia, oltre due milioni e mezzo di persone; di questi, numerosissimi sono anziani. Ogni anno nascono in famiglia 2.000 bambini disabili.
La giornata di attenzione alla disabilità assume, in questo periodo, un particolare significato. Siamo infatti in mezzo al guado. Dopo anni (a cominciare dal '70) di attenzione per la salute e il benessere delle persone disabili (riabilitazione, ausili sanitari, soppressione degli istituti, inserimento scolastico, abbattimento delle barriere, inserimento lavorativo) sarebbe necessario un ulteriore sforzo per garantire condizioni migliori di vita.
La triste realtà dice che la spinta di civiltà per la vivibilità delle persone disabili, sembra fermarsi. Il rischio evidente è che si torni indietro.
Il ritornello è la scarsezza delle risorse: una spada alla quale tutti sembrano sottoposti. Non è così. Le risorse sono orientate verso quegli obiettivi che si ritengono importanti.
Purtroppo la disabilità non è tra questi.
Non solo: la stessa attenzione dell'opinione pubblica sembra voler cancellare il mondo che apparentemente crea tristezza. La solitudine diventa altissima: soprattutto per quelle famiglie che hanno cresciuto, accudito, voluto bene a figli e familiari che avevano bisogno, proprio perché disabili, di presenza e di attenzione.
Il Consiglio d’Europa ha proclamato il 2003 anno delle persone disabili. Il secondo semestre del prossimo anno l’Italia avrà la presidenza di turno dell’Unione europea.
Sarebbe stata un'occasione per esaltare e dare un'ulteriore spinta a quanto in Italia è stato attivato.
Arrivano deboli segnali governativi che attivano azioni ma non incrementano una risposta significativa.
Una priorità andava affrontata: la disabilità grave e gravissima. Con un piano nazionale degno di questo nome; con risorse significative, con obiettivi alti di vita per giovani, salvati dalla scienza medica, ma abbandonati a se stessi dalla società dei normali.
Non sarà: far sopravvivere l'esistente sarà già una grande fatica. Aspetteremo che l'indifferenza si dissolva, in attesa di passaggi di civiltà che rendono tutti gli abitanti delle nostre terre persone "visibili", perché rispettate per quel che sono, anche se disabili.

28/10/02

Veli neri

Ritornano ossessive le immagini delle giovani donne cecene, vestite di nero, morte asfissiate e lasciate sole tra le poltrone del teatro di Mosca.
Sono il simbolo della morte: portatrici e vittime di distruzione e di dolori.
Colpite dalla morte dei loro mariti o dei loro cari, vogliono redimerli trascinando con sé quanta più violenza e sangue possibili. I loro grembi cullano tritolo, le loro mani stringono pistole. La morte le ha ghermite tutte, quasi a voler sancire la regola della vendetta, che trascina con sé altre vittime innocenti.
Dai loro occhi, mentre erano in vita, non si riusciva a leggere i loro sentimenti, ma la loro presenza tra i sequestratori non lasciava dubbi.
Sono il simbolo della tragedia: ragazze che hanno vissuto la disperazione e di essa sono morte e hanno fatto morire.
Il silenzio del teatro e la loro solitudine sembrano dire che ogni violenza e ogni reazione violenta producono dolore senza ritorno. Con l'aggravante che la vita di quelle donne e degli ostaggi non placherà il desiderio di sangue che in quelle terre lontane, da secoli, rendono impossibile la convivenza tra popoli.
Ricordano i lutti di altre donne, in tutte le parti del mondo: il nero delle vedove, il nero della vergogna, il nero di chi deve pagare un prezzo alla vita, al di là delle responsabilità e delle verità.
Nessuna intelligenza umana riuscirà a mettere insieme una logica capace di spiegare di chi è la colpa del male procurato agli altri e a se stessi.
Nelle chiese cattoliche, proprio ieri, ha risuonato l'invito evangelico ad amare il prossimo come se stessi. Un invito che sembrerebbe lontano infinitamente dalle lotte fratricide di guerre attive in molti paesi del mondo.
Eppure, di fronte al dramma estremo di vittime e di persecutori, l'invito a rispettarsi e a volersi bene per una convivenza pacifica resta una indicazione necessaria.
Un invito a pensare e a vivere, contro la sfida del male che produce distruzione, con gli strumenti della verità, della giustizia, della fratellanza.
Anche se giustizia e verità hanno contenuti limitati perché immersi nello spazio e nel tempo di chi li vive.
Ma forse questa è la sfida di ogni esistenza umana.

17/10/02

Caro Edo

(Lettera aperta a Edo Patriarca, portavoce del Forum permanente del III settore)Caro Edo,
ho letto e mi hanno riferito le parole del Ministro Maroni ad Arezzo, con le quali ha voluto screditarti.
La mia solidarietà nei tuoi confronti è piena e senza riserve. Anche perché, conoscendoti, so bene che agisci ispirandoti a quanto dice la Lettera di Giacomo.“La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia.” (Gc, 3,17).
D’altra parte non è la prima volta che il metodo infido del dubbio e dello screditamento è usato recentemente in politica. La vittima illustre è stato Biagi: sembra che il già Ministro Scajola abbia avuto il torto di dirlo pubblicamente, ma altri erano gli ispiratori di quel giudizio malevolo e crudele; non solo: continuamente l’ala cattolica e moderata del governo viene sottoposta alla doccia fredda del “ladri/onesti”. Come si faccia a rimanere in tale governo è un grande mistero: forse hanno impropriamente assunto lo slogan di borrelliana memoria “resistere, resistere, resistere”.
Ma questo doloroso incidente, mi permette di chiarire, politicamente, le posizioni del terzo settore di fronte alle recenti politiche sociali in Italia. Ricordi il breve incontro avuto a Nuoro, qualche mese fa, durante il quale ti dissi espressamente che l’atteggiamento del dialogo con l’attuale politica governativa era inutile e dannoso?
A distanza di tempo confermo quel giudizio. Nulla di personale e tanto meno di mancanza di carità. Trattandosi di politica, di potere cioè, credo infatti che gli unici criteri di giudizio siano la verità e la giustizia, tenendo presente gli “interessi” dei più deboli e svantaggiati.
Questo governo non ha politica sociale. Avrai letto la difesa del sottosegretario Sestini per la politica del governo di destra: mi ricorda le antiche tribune elettorali degli anni ’60 quando i Ministri dell’epoca rispondevano: “stiamo facendo, faremo…”.
I risvolti sociali delle iniziative governative non sono né attente ai deboli, né tanto meno sociali. I pochi provvedimenti sono populisti, mirati ad accaparrare consenso. Prendi il milione garantito agli anziani. Chi aveva la pensione sociale come le casalinghe oltre i 65 anni, gli oltre due milioni di disabili con l’elemosina della prefettura, si è ritrovato esattamente come era. Altro esempio: le difficoltà in sanità sono evidenti a tutti: mi dici a che servono le dentiere di plastica promesse dal Ministro della salute? Forse per la dignità di morire poveri, ma con falsi denti in bocca.
Nonostante questo quadro tu dici che bisogna dialogare: in questa convinzione sei in buona compagnia. Altri organismi di rappresentanza civile di ispirazione del cristianesimo-sociale la pensano come te. Probabilmente perché facendo azione “sindacale” sperate che qualcosa comunque si può ottenere.
Credo che voi sbagliate, anche se riconosco nella vostra posizione ragioni politiche trasparenti e ragionevoli.
Si può dialogare se manca l’oggetto della discussione? Non solo: le cosiddette organizzazioni “non amiche” secondo l’attuale esecutivo – l’ha confermato anche Maroni – non sono da ascoltare e tanto meno da seguire. Credo sia stato l’allora Ministro Previti a dire, nel 1994, che non avrebbero fatto prigionieri.
I toni oggi sembrano smussati, ma la sostanza rimane la stessa: chi non è di destra non esiste, al di là dei numeri e delle rappresentanze. Questo il senso della dichiarazione del Ministro in un intervista a La Stampa del 14 ottobre, quando afferma testualmente di voler “dare pari dignità e pari voce a tutti, senza discriminare in base alle dimensioni dell’attività svolta”. L’associazione sotto casa, purché amica, diventa interlocutrice quanto il Forum.
Guarda i vari tavoli di discussione: congelati o scomparsi. Se ti fanno partecipare sei circondato da sigle sconosciute ...

10/10/02

Volontariato, non vogliamo tornare alle origini

Si apre domani ad Arezzo la IV Conferenza nazionale sul volontariato.
Il parterre prevede la presenza di sei Ministri e mezzo.
In compenso i gruppi, nazionali e internazionali, sono liquidati con un “testimonianze”: una specie di teatro nel quale gli interpreti principali non sono coloro ai quali è dedicata la conferenza, cioè i volontari, ma Ministri e Ministre, i quali, con grande enfasi, narreranno l’importanza e l’insostituibilità dei volontari. Un esercito di “buontemponi”, i quali, con grande generosità, mettono una pezza alle non risposte che lo stato dovrebbe dare, se avesse a cuore il benessere di tutti i suoi cittadini, soprattutto più deboli.
Io non andrò: non ne vale la pena. Non per preconcetto, ma per il semplice motivo che è inutile fare clacca: è preferibile il motto benedettino “ora et labora”, “prega e lavora”, perché le povertà, antiche e nuove, sembrano sempre più frequenti e gravi, con l’aggravante, ahimè, delle risorse di aiuto minori.
Chissà, se per questo motivo, è stata scelta la figura del bambino povero che riceve da un nobile con giacca di velluto un “tozzo di pane”. L’on. Sestini ha dichiarato che la scelta è stata fatta per “tornare alle origini”, riprendendo il particolare di un affresco di S. Maria della Scala a Siena, del 1200.
Ebbene non vogliamo tornare alle origini: non vogliamo che i bambini soffrano e chiedano la carità. Ne vediamo troppi ai semafori e sappiamo che sono rom, spesso schiavizzati da adulti violenti e profittatori.
Avevamo sognato uno stato democratico, attento ai bisogni di chi stava male, con interventi capaci di alleviare dolori alle famiglie e di dare dignità a chi era in difficoltà, qualunque fosse stato il motivo di fragilità.
Ci ritroviamo a ricominciare daccapo: sempre daccapo, con una specie di maledizione che ci accompagna, che preferisce le briciole di evangelico ricordo, ai diritti della dignità moderna.
I gesti di “carità” aggiungono qualcosa di bello e di dignitoso, se poggiano su una protezione sociale solida e consistente, altrimenti diventano un pericoloso alibi di ingiustizia.
Noi, qualunque siano le indicazioni che vengono da Arezzo, continueremo a stare al nostro posto. Troppe richieste ci assalgono; tutte persone deboli e fragili nel contesto sociale: chi per salute fisica, chi per salute mentale, chi per difficoltà familiari e sociali. L’Italia grande e prospera nasconde infinite tragedie di malessere e, non si dimentichi, di vere e proprie povertà.
Con tristezza registriamo, al di la delle conferme, che le risorse saranno scarse. In fondo è stato sempre così: a chi ha poco, si chiede di stringere la cinghia, forse perché è abituato a non essere esigente. Ma non è giusto, aggiungiamo noi.
Le cifre sbandierate sulla finanziaria non solo non sarebbero abbondanti, ma costerebbero alle famiglie più bisognose 300 euro a mese, così come denuncia un recente studio della CGIL.
Ci risponderanno che non sappiamo leggere. Stavolta ci consoliamo perché siamo in buona compagnia: è stato risposto così anche alla Confindustria che, come si sa, ha tanti difetti, ma certamente non quello di non saper fare i conti.

04/10/02

Desiree: le risposte degli adulti

Questa mattina è stato ritrovato il cadavere di Desiree Piovanelli, la quattordicenne scomparsa da alcuni giorni dalla sua casa, in un paese del Bresciano. La ragazza è stata uccisa con un’arma da taglio. Il principale sospettato è un suo coetaneo, che è stato fermato e avrebbe confessato.
Gli adulti si interrogheranno sul perché della morte violenta, assurda e inutile di Desiree.
Non riceveranno risposte dal ragazzo che l’ha uccisa, perché quel ragazzo, qualunque sia la risposta, non darà spiegazioni sufficienti per il delitto.
La risposta va chiesta agli adulti; non certo ai genitori di quel ragazzo, ma a tutti gli adulti, genitori ed educatori, che frequentano gli adolescenti.
I ragazzi di oggi sono materia e spirito informi: flaccidi e violenti insieme; intelligenti e miopi, affettuosi e anaffettivi, generosi e cinici.
Sono gli adulti che li hanno così concepiti e allevati. Attenti ai loro bisogni si mostrano incapaci di fornire loro strutture interiori di sostegno: li amano e li abbandonano, li guidano e li disorientano.
Il messaggio centrale che gli adulti offrono ai più giovani si sintetizza nell’obiettivo della felicità, senza fornire contenuti, strumenti e limiti della felicità stessa.
Pensa il mondo esterno degli adulti a dir loro che saranno felici se saranno ricchi, sani, forti e visibili.
L’adolescente cresce come cane da tartufo in ricerca di felicità: se qualcosa gli si frappone, cambia strada, continuamente, fino ad impazzire: così a scuola, in famiglia, con gli amici.
Si sono abituati a dover sopravvivere alle contraddizioni degli adulti che fin da piccoli hanno vissuto: bene e male gestiti nella contraddizione, senza mai un segno di qualcuno che abbia detto che cosa era giusto e sbagliato, che cosa possibile e impossibile.
Nella superficiale attenzione a loro, gli adulti hanno taciuto sulle proprie scelte, sui propri errori e sulle proprie contraddizioni. Non hanno mai parlato, né si sono mai comportati come adulti, ma hanno molto nascosto, con la furbizia di spingere verso la felicità. Chi d’altronde, può essere contrario alla felicità?
I nostri adolescenti sono così nulla e nessuno, tutto e il contrario di tutto, compresi i profondi richiami alla violenza e alla estrema generosità.
Il tempo cancellerà purtroppo la morte di questa bambina. I Giudici e gli Avvocati si accaloreranno per sapere se e quanto l’omicida sia cosciente: situazioni che non consoleranno nemmeno i genitori della ragazza.
Rimane il problema della crescita e dell’educazione dei nostri ragazzi, immersi in un mondo “meticciato” del supermercato. Con dentro di tutto o quasi, senza che nessuno abbia il coraggio – magari sbagliando – di dire che cosa può essere acquistato, che cosa buono e che cosa pericoloso.
La cronaca ingrosserà, nel tempo, gli interrogativi: le risposte ritorneranno puntuali agli adulti che hanno voluto ed educato o diseducato i piccoli.

19/09/02

La guerra, la paura, la solitudine

Ogni giorno diventa sempre più possibile una nuova guerra in Iraq. Non è questo l’ambito nel quale discutere le ragioni che possono giustificare o no un nuovo conflitto: altre voci più competenti e autorevoli possono suggerire i motivi della giustezza o no della guerra che si prospetta.
Pensiamo invece ai cosiddetti “effetti collaterali” che ogni guerra comporta. Chi è avanti negli anni ricorda almeno l’ultima guerra mondiale che ha coinvolto l’Italia, con tutta la serie di tragedie, di solitudini e di sofferenze della popolazione intera. In ogni angolo d’Italia, nelle piazze, nelle cappelle o nei cimiteri le lapidi con i nomi dei ragazzi ricordano i giovani che hanno dato “la vita per la patria”, i racconti dei sopravvissuti descrivono le sofferenze patite.
Noi abbiamo sperimentato direttamente l’ultimo conflitto in Kossovo, avendo dato aiuto alle popolazioni di quel paese rifugiate in Albania, nei “campi profughi” che rimangono terribili, nonostante ogni sforzo di renderli umani.
La prima reazione che ti raccontano è la paura. La paura di morire. Nelle guerre moderne non muoiono più i soldati, ma la semplice popolazione. Che un villaggio, una famiglia o una persona si ritrovi in mezzo al rischio di vita è un dato assoluto, non gestibile. Dipende dalle operazioni militari, dallo svolgimento del conflitto, da circostanze alle quali si può rispondere solo scappando. E guai a trovarsi in un “territorio” dove si svolge un vero e proprio conflitto. Scappi come un animale, non sapendo se una bomba, una granata, un missile o un cecchino mette fine alla tua vita, come il fatto più naturale del mondo.
Lo scappare produce un effetto di sbandamento che è interiore, prima che fisico. Non hai riferimenti locali e affettivi. Rimani solo al mondo, perché senza la normalità della vita, della casa, dell’ambiente dove sei vissuto, sei come sradicato.
Coloro che soffrono di più questo sradicamento sono i bambini: sembrano normali, continuano a giocare, ma avverti degli improvvisi vuoti. Si fissano muti, pensando a qualcosa che non riesci a decifrare. E’ la paura che, nella fantasia dei piccoli, diventa incubo, ossessione. Ricordo le infinite richieste di visite mediche che gli adulti, ma che soprattutto le mamme chiedevano per i propri figli, nei campi profughi: persone, sane come pesci, che insistevano in malori e sensazioni che non sapevano nemmeno loro descrivere. Ma anche senza malori, la visita medica aveva l’effetto di placare la paura.
Impressionante è anche la solitudine che la guerra comporta. Tra la popolazione inerme non è vero che scatta la solidarietà. Sradicato dal proprio ambiente, ognuno è costretto a sopravvivere. L’ansia di non farcela, le effettive condizioni di povertà portano all’isolamento più totale, con la conseguente diffidenza verso tutti, anche perché la guerra produce una diaspora molto più grave di quanto si immagini. Chi è costretto a scappare sceglie una propria strada che lo isola dal resto degli amici e dei conoscenti. Sono le donne, i bambini e gli anziani a costituire il nucleo delle vittime. Gli uomini adulti sono sempre lontani a combattere; rimangono i deboli, costretti a badare da soli a se stessi.
La solitudine produce il torpore della vita, che porta la popolazione profuga a sopravvivere. Non c’è iniziativa od occasione che possa scuotere i lunghi giorni o mesi di permanenza lontana dalla propria casa.
Gente attiva, concreta, abituata nella vita normale a lavorare, improvvisamente si fa esigente, passiva, incapace di organizzarsi.
L’unico pensiero che rimane è quello del ritorno alla propria casa; comunque sia ridotta, comunque esista.
Quando scoppiò “la pace” in Kossovo, i primi a partire furono coloro che avevano un’automobile. La radio e la televisione avevano annunciato che sarebbe stato dato l’ordine di rientro solo dopo aver verificato le condizioni minime di permanenza. Non ci fu nulla da fare: chi aveva possibilità ...

31/07/02

Dettagli di una giustizia di ricchi per ricchi

"Le tele dei ragni pigliano le mosche
e lasciano scappare le vespe" (Plutarco)
In questi giorni assistiamo all'accanimento dei rappresentanti del nostro popolo su alcuni "dettagli" di giustizia. Era già successo per i problemi legati al falso in bilancio; ora è la volta del legittimo sospetto.
Dettagli di un quadro che tutti, cittadini e addetti ai lavori, definiscono disastroso, se oltre il 70% dei cittadini italiani si è dichiarato insodddisfatto di come è amministrata la giustizia.
Il primo obiettivo generale della Direttiva del Ministro della Giustizia per l'anno corrente faceva ben sperare: riguardava le modifiche per la normativa che desse la certezza del reato, del processo, della pena e della durata ragionevole del processo stesso.
Chi era stato vittima di un furto, di un borseggio, di un imbroglio finalmente, in poco tempo, avrebbe avuto giustizia.
La logica era dunque si mettesse mano su quel complesso mondo del triangolo composto dalla vittima-avvocato-giudice che è poi l'attività giudiziaria.
Assistiamo invece a discussioni accanitissime intorno a marginali questioni che hanno poco a che fare con la richiesta di sicurezza e con i milioni di processi in corso in Italia.
La domanda sul perché avvenga questo è dunque pertinente. Senza entrare nel cuore delle attuali questioni, l'unica risposta che siamo riusciti a dare è che la giustizia è ancora una volta problema di ricchi per ricchi.
Un'antichissima tentazione che ha attraversato la storia occidentale ed è attuale.
Non a caso Plutarco ha lasciato scritto che "le tele dei ragni pigliano le mosche e lasciano scappare le vespe", per dire che la giustizia spesso colpisce i piccoli e risparmia i grandi.
Non rimane che aggiornare ai nostri giorni la triste constatazione che continua lo scempio di una giustizia umana che non è tale, perché non è equa, né efficiente, né morale.
E' ancora una questione di censo e di potere. Addirittura l'avvento di complesse e farraginose norme, dietro la facciata di presunta democrazia, nasconde la raffinata intenzione di tutelare i pochi che hanno conoscenze e soprattutto risorse capaci di entrare nei complessi meccanismi di giustizia.
Al povero cristo che rimane vittima, rimane la scelta di lasciar perdere o di dar fondo ai pochi risparmi disponibili: la probabilità di ottenere giustizia, per la nostra modernissima Italia, è talmente bassa da sfiorare lo zero.

25/07/02

Dpef: tranquilli, per il sociale si considererà l’ipotesi di un sostegno

Il Dpef è una specie di enciclica laica che il governo di turno è costretto a scrivere, illustrare e molto meno a rispettare.
Difficile capirlo tra le pieghe dei paroloni, per chi non è addettissimo ai lavori: figurarsi per chi è preposto al sociale che, per definizione corrente, non è produttore di ricchezza, ma caso mai dissanguatore.
Il documento di quest'anno ha solenni dichiarazioni generali anche per il sociale.
"La stabilità, le riforme, lo sviluppo, l'equità" sono le colonne portanti del documento.
Sul sociale gli intenti, ancora più solenni: la famiglia è stata scelta quale obiettivo centrale di intervento, per "procedere alla modernizzazione, al potenziamento, alla facilitazione dell'accessibilità e della fruibilità di tutti i principali servizi: assistenza domiciliare ai malati cronici, ai disabili, agli anziani e un procedere infine a una celere realizzazione del "piano nazionale degli asili nido" aziendali, interaziendali, di quartiere e pubblici".
Se non che - qui incominciano i problemi - il documento avverte che tutto ciò potrà essere realizzato, compatibilmente con "le esigenze della finanza pubblica". L'obiettivo, molto più modesto, alla fin fine diventa: "Il Governo, pertanto, intende, nell'ambito delle compatibilità di finanza pubblica, almeno consolidare le risorse destinate alle attività indicate nel Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali, al livello dell'anno 2002, prevedendo comunque la possibilità di integrare il Fondo nazionale per le politiche sociali per ulteriori iniziative a sostegno delle attività sociali."
In soldoni, se tutto va bene, si rimane a livello di quest'anno, con tutti i problemi connessi di risorse mancanti.
Nello stesso momento dell'annuncio del Dpef infatti, il Ministro della sanità dichiarava che non c'erano risorse per gli anziani e i malati cronici; quello dell'Istruzione rivedeva in basso l'assistenza degli handicappati nelle scuole; le Regioni e i Comuni lamentavano i tagli alla spesa sociale.
Le conclusioni, per il sociale, sono purtroppo desolanti. Nessun diritto sociale è esigibile: ai problemi delle fasce deboli rimangono le briciole. Con un'avvertenza: anche le briciole stanno terminando.
Essendo stata promessa la riduzione delle tasse; non essendosi attivato lo sviluppo economico previsto, non rimane che limare, ancora una volta, le poche risorse dei disperati.
In compenso, se a qualcuno è sufficiente, lodi sperticate alle associazioni del non profit, il cui "valore" il Dpef riconosce ogni oltre limite. Infatti "La positiva valutazione degli interventi svolti dalle associazioni di volontariato e da organismi senza scopo di lucro nel campo dell'assistenza ... pone la necessità da parte del Governo di considerare un ulteriore sostegno per tali attività, affinché l'esperienza maturata possa essere riprodotta e potenziata."
Si badi bene: si considererà l'ipotesi di un sostegno; nemmeno la si assicura.
Mai letto un documento economico, con così tanti condizionali.

12/07/02

La “logica” di fondo

In contemporanea, due notizie significative illuminano la linea "sociale" governativa.
Con l'approvazione della legge Bossi-Fini si stabilisce definitivamente che gli immigrati possono essere accolti solo se produttori di valore aggiunto alla nostra economia.
Con un contratto di lavoro in mano, con un buon italiano almeno parlato, possono andare e venire nel nostro paese, a condizione di essere ritenuti utili alla sviluppo economico: senza diritti e senza pretese.
Per il resto non disturbino e non appellino a "misericordie" che sono possibili solo come occasioni di lavoro: dichiarazione di un ministro "cattolico".
Dell'approvazione della legge i partiti di maggioranza si dicono soddisfatti, sicuri di aver dato un forte contributo alla sicurezza del paese. Probabilmente interpretano la cultura mercantilistica della nostra gente, niente affatto schifata da un latente sfruttamento, contrabbandato addirittura come solidarietà. La logica stringente della legge dice: in fondo questi neri sono utili. Li accogliamo e li teniamo d'occhio: le impronte digitali a loro richieste, i contratti di lavoro indispensabili per rimanere in Italia sono due lucchetti che non lasciano loro spazio.
Il solidarismo, i pari diritti e tutte le altre sciocchezze di buonismo li lasciamo a preti, vescovi e associazioni varie che parlano, parlano perché non hanno il senso dell'economia.
Quello stesso senso economico che non hanno quando ci si occupa di sanità. Le risorse nella sanità non bastano. E che pensa il Ministro Sirchia? Per tutte quelle categorie improduttive (vecchi, disabili, cronici) che sono inutili e fanno spendere troppo inventiamo delle assicurazioni. Quando uno sarà vecchio si ritroverà in un cronicario o in una clinica, a seconda di come avrà versato a risparmio. A ognuno il suo e arrivederci e grazie.
Che di questa politica sociale siano contenti, dicono, i rappresentanti dei ricchi, non meraviglia; meraviglia invece che il consenso sia largo e popolare.
Vorrà dire che le associazioni non profit cattoliche e laiche torneranno all'elemosina, raccogliendo anche per i nostri vecchietti, disabili e cronici, pacchi dono a Natale, ma anche roba vecchia per tombole e pesche, come ai bei tempi.
Fino ad ora, sembra dire qualcuno, questi poveri hanno goduto troppo. E' ora di tornare alla normalità: con un po’ di cannonate in mare se serve contro gli intrusi e un bel po’ di elemosina che non guasta per lenire i peccati.
Bisognerà firmare una petizione perché nella nuova carta costituzionale europea non compaia né il cristianesimo, né Dio, abbondantemente dimenticati e offesi nella pratica: così non si cita il nome di Dio invano.

05/06/02

Una legge piccola piccola

La nuova legge sull’immigrazione è in dirittura d’arrivo. Prima dell’approvazione definitiva sono probabili aggiustamenti e ritocchi; la sostanza è comunque già abbondantemente definita.
Nata per contrastare l’immigrazione clandestina e rispondere alla richiesta di sicurezza da una parte e di manodopera dall’altra, si è trasformata, nell’attuale stesura, in una “piccola, piccola legge” di stile coloniale”.
L’ingresso di extracomunitari nel nostro Paese sarà possibile, sostanzialmente, per motivi di lavoro. Lo Stato italiano ai cittadini extracomunitari dice semplicemente: “Potete venire solamente se e in quando sarete lavoratori. Verrete se avremo bisogno di voi, dopo aver esaurito tutte le risorse umane interne al nostro Paese e potrete rimanere in Italia esclusivamente se continuerete a essere lavoratori”.
Le modalità tecniche della legge mirano, infatti, a questo unico obiettivo: contemporaneità del contratto di lavoro e del permesso di soggiorno, fissazione delle quote di ingresso, abolizione dell’istituto dello sponsor, procedure di espulsione, identificazione dello straniero, e un lasso di tempo limitato per la ricerca di un nuovo lavoro, in caso di disoccupazione.
In parole povere, ogni ingresso è permesso solamente se lo straniero è portatore di valore aggiunto all’economia nazionale. Ogni altra considerazione è fuor di luogo: per questo la legge è “coloniale”. Sono rimodellati al basso i diritti civili e umani: si crea così – e non da oggi – un diritto speciale per gli stranieri, con attenzione alla loro produttività, dalla quale esclusivamente dipende la permanenza in territorio italiano, la possibilità della privazione delle libertà individuali nei cosiddetti “campi” o l’esigenza delle impronte digitali, quale mezzo di identificazione, a prescindere da ogni altro strumento legale di riconoscimento. Lo Stato di origine dell’immigrato viene semplicemente ignorato dal provvedimento, con disprezzo di ogni corretto rapporto internazionale.
Nessuna considerazione, e tanto meno impegni, nella legge per i problemi economici e sociali dei Paesi dai quali l’emigrazione proviene; nessun impegno per l’integrazione; nessuna considerazione per i problemi legati alla casa, alla lingua, alla vivibilità della vita di extracomunitari lavoratori.
Il lavoratore extracomunitario deve essere competitivo, arrangiarsi e stare attento a non farsi licenziare: una perfetta macchina produttiva ricattabile.
Sembrano saldarsi interessi e furbizia, con la ricerca di buoni risultati economici a basso costo.
E’ una legge piccola, piccola quella che sta per essere approvata: l’ondata migratoria, di cui le cronache giornalmente ci informano, la clandestinità, i luoghi degradati delle nostre città non nascono dal caso o dalla cattiveria di gente malvagia.
Due, almeno, dovevano essere gli obiettivi centrali di una nuova legge sull’immigrazione: un grande piano – italiano ed europeo – di investimenti nei Paesi di origine delle migrazioni, così da abbassare la pressione migratoria: e un serio piano di integrazione degli stranieri presenti in Italia.
Si è preferito, invece, accentuare lo stato di polizia: una simile politica ha il fiato corto e alla lunga non sortirà effetti. La clandestinità diventerà un gioco duro e sarà gestito, ancor di più, dalla criminalità internazionale e nazionale, grazie anche alle complicità, tutte italiane, che la alimentano. L’esigenza della sanatoria delle “serve”, eufemisticamente chiamate badanti, e forse – che grande discussione – dei lavoratori in nero, ne sono già purtroppo riprova.
(Pubblicato su Famiglia Cristiana n. 23/2002)

24/05/02

Politiche sociali governative:

Non ci vuole molto per commentare il primo anno dell'attuale governo sulle politiche sociali in Italia.
Sostanzialmente sono stati due gli impegni: l'integrazione al milione della pensione ai vecchi poveri, la legge sull'immigrazione.
Il resto è tutto uno slogan; un faremo, un vedremo, infiniti "libri bianchi" che vorrebbero ricominciare dall'anno zero, in realtà prendono tempo in attesa di...
Dagli appelli e dagli annunci comunque si possono trarre linee di orientamento “sociale”.
La prima constatazione è l'assoluta indifferenza governativa alle politiche sociali della popolazione debole. Nessuna risorsa aggiuntiva, nessun interesse ai cittadini e cittadine in difficoltà.
Non fanno parte della strategia governativa, tutta incentrata su chi ha già risorse. La stessa legge sull'immigrazione è concepita come occasione di risorse e non come legge sociale: questa legge sembra dire agli immigrati "mi spiace per voi, ma noi non possiamo che guadagnare dalla vostra presenza in Italia; in caso contrario statevene pure a casa: con le buone, altrimenti useremo le cattive". Su questa proposta di legge l'attenzione è stata posta eccessivamente sulla sicurezza e sull'integrazione. In realtà è un mix dal doppio volto, sociale ed economico: il secondo è prevalente.
Altro elemento di riflessione: il Ministero del Welfare è debolissimo nella compagine governativa. I grandi temi sociali (immigrazione, prostituzione, carcere...) sono appannaggio dei leader massimi; il resto è talmente routine che il lavoro consiste nello stoppare l'esistente e nel prendere tempo per il futuro. Ciò significa che l’attenzione è verso la popolazione “normale” e non verso “i vulnerabili”.
Altro dato ancora è l'assoluta mancanza di risorse: non sono previsti investimenti nel sociale, anzi; si tenta di spolpare quel poco che esiste: la voracità non ha mai limite.
Il terzo elemento è la filosofia che sottostà alla concezione di politiche sociali. Può essere sintetizzata con la regola della doppia g: "guarire, guardare". La politica è attiva se c'è speranza di guarigione. Chi non ce la fa può essere reso solo innocuo (cfr. tossicodipendenza, prostituzione, psichiatria). Per chi è cronico, strutturalmente debole e senza speranze, pazienza. Non si possono investire risorse su chi non ha speranza.
Quarto elemento: immissione del privato profit e non profit nelle politiche sociali. Largo spazio alle imprese profit (a svantaggio di chi utilizza i servizi) in linea con le politiche di sviluppo economico, appello a quelle non profit perchè sostanzialmente a basso costo.
Nel complesso dunque la politica del governo sta esaltando, con estrema chiarezza, la concezione del cittadino produttore di economia. Solo costui ha diritti di parola e di tutela. Da questo punto di vista è lineare l'innalzamento della pensione agli ultrasettantenni poveri, i fondi per gli asili nido, le promesse per le famiglie. Chi, per motivi diversi (di razza, di salute, di territorio, d'età) non ha questi requisiti, non può che essere assistito per bontà da chi lavora e produce. Sintomatici i gesti del Presidente del Consiglio di offrire 5 milioni alla prostituta e di esporre la bambina al rientro dall'Algeria.
Questa concezione spazza via d'un colpo ogni politica di welfare occidentale, per ritornare alle politiche di sopravvivenza, caratteristiche dei paesi poveri o emergenti.
Ma se in quei paesi è drammatica la scelta in quanto le risorse sono effettivamente poche, nel nostro paese diventa crudele e colpevole trattare i cittadini in maniera diversa e discriminatoria.
Nel tempo questa politica diventerà più esplicita. Fa tristezza che non se ne renda conto chi dovrebbe. Tutti coloro che dicono di aver rispetto della persona - primi fra tutti gli uomini di Chiesa e i cosiddetti “politici cattolici”- a prescindere da ogni altra considerazione. Un esempio: la recente "grande discussione" tra badanti e la ...

27/03/02

La Pasqua dei “vulnerabili

Tra poco sarà Pasqua e, nella tradizione cristiana, questa festa significa la sconfitta del dolore e della morte, con una visione che suggerisce la speranza della soluzione di problemi insoluti, anche gravi.
Nella nostra Italia, pure cattolica e osservante, la festa è ridotta alla dimensione privata della fede popolare.
Nemmeno un cenno pubblico allo scandire della grande festa religiosa. Non solo, ma sembra che "i problemi", molti e irrisolti, siano affidati a mani indifferenti e ostili.
Per noi che viviamo a stretto contatto con le sofferenze dei "vulnerabili", la Pasqua ci suggerisce di mantener fede agli impegni, sicuri che, nel tempo, le ragioni della vita prevarranno.
Il clima che ci circonda è chiaramente astioso ai vulnerabili: di un'ostilità sfacciata e volgare, attenta agli interessi dei benestanti, infastidita da chi osa mettere in dubbio questa logica.
Non si tratta, come stupidamente si va ancora dicendo, di toni sbagliati. Si tratta dell'emersione di una visione autocentrata su chi ha e su chi può, con una catena di conseguenze antropologiche, istituzionali, politiche, giuridiche, economiche.
Non abbiamo nessuna voglia di separare spiriti e corpi; dimensioni personali e dimensioni collettive, ambiti laici e religiosi.
La fede ci suggerisce un'unità di intenti e di azioni, protesa al benessere di tutti, sia nella dimensione spirituale che in quella materiale.
Sono questi i motivi che ci spingono ad opporci a quanti, rappresentanti del popolo o semplici cittadini sono sordi ad ogni invito all'attenzione e alla solidarietà per i deboli.
Non si tratta di dettagli di scelte, di leggi, di orientamenti: si tratta di sapere chi sono i destinatari dell'azione singola e collettiva.
La Chiesa ufficiale italiana, in questa seconda Pasqua di inizio millennio, tace con un silenzio colpevole, quasi che le azioni pubbliche e private siano indifferenti. Se non è opportuno scendere su terreni di scelte pratiche, non è possibile tacere se le persone sono ridotte a forze lavoro, se i vulnerabili sono considerati marginali, se i deboli sono sorretti solo con azioni compassionevoli.
Non sono queste le matrici del cattolicesimo: chi se ne allontana è un traditore del nucleo centrale del messaggio cristiano, al di là delle autoproclamazioni o, peggio ancora, delle autoassoluzioni.
Per motivi profondi di coscienza continuiamo a stare dalla parte dei vulnerabili, difendendone la dignità, tutelando la loro salute, promovendo il loro futuro.
Saremo parte attiva, per ciò che ci compete e per quanto siamo capaci, nel coinvolgimento di coscienze vive perché il benessere sia partecipato a tutti, contribuendo al grande progetto dell'universo, nel quale ogni creatura, ha il posto e la dignità che gli compete.

21/02/02

Sana e vispa

Il primo anno dell'agenzia può essere paragonato al compleanno di una bambina: concepita di proposito, sta crescendo con intelligenza e in salute.
Chi ha seguito "redattore sociale", l'incontro con i giornalisti che ogni anno, da otto anni, si tiene a Capodarco, sa bene che il progetto dell'agenzia è stato pensato a lungo e quando è nata i loro genitori sapevano bene che cosa volevano.
Due caratteristiche la contraddistinguono: la prima è che viene dal mondo della marginalità. Immersa fisicamente nelle strutture e nella vita della Comunità di Capodarco, è in continuo e costante contatto con i problemi veri della marginalità. Il riferimento al Coordinamento delle comunità di accoglienza (C.N.C.A.) permette di monitorare "concretamente" i problemi che affronta.
Contatto oggi allargato a 1.100 associazioni in Italia, come dimostrano le schede annesse all'agenzia.
Si può dire che non c'è fenomeno "sociale" di rilievo che oggi non sia intercettato dall'agenzia.
La seconda caratteristica che la contraddistingue è quella di essere composta da professionisti dell'informazione. Giornalisti e ricercatori che in sede e nel territorio comunicano "notizie".
Non insegue polemiche e ciarpame pure presenti nel mondo del sociale, ma si impegna a far emergere "i problemi" e le "soluzioni" del vasto mondo delle politiche sociali, non escluse la "teorizzazione" seria dei fenomeni.
Queste due caratteristiche spiegano "il successo" dell'agenzia i cui abbonamenti dicono il suo valore e la sua consistenza.
L'unica nota stonata è l'ottusità con la quale il nuovo Ministro del welfare ha staccato la spina, con due righe di fax, con la promessa di spiegazioni, mai arrivate.
Quel fax è appeso, debitamente incorniciato, alle pareti dell'agenzia, fa disonore a chi l'ha spedito e non già a chi l'ha ricevuto.
Le prospettive dell'agenzia sono quelle di consolidarsi nei referenti e nel territorio. I visitatori del sito, moltissimi dei quali professionisti, con riscontri nelle testate e nei notiziari, ci fanno sperare.
Andremo dunque avanti, sicuri di fare un servizio utile e doveroso: il tempo continuerà a darci ragione.
L'unica salita, come era da prevedere, è quella economica: senza capitale sociale e senza veri investimenti, si fa fatica a vivere nei giorni.
Questa difficoltà è la riprova di non essersi affidati al "mercato", di non aver avuto "sponsor", di aver iniziato e proseguito nello stile del "no profit". Siamo felici di tutto ciò, anche se la felicità non è mai a buon mercato.

30/01/02

Rai, non chiediamo niente

Di fronte al rinnovo dei vertici Rai, il mondo della società civile credo possa chiedere ciò che rappresenta e cioè la normalità.
Milioni di cittadini e cittadine sono costretti ogni giorno a tirare avanti, con i problemi della vita: lavoro, casa, trasporti, salute, istruzione dei figli, sicurezza, prospettive del futuro.
Rappresentare questo mondo sembra facile, in realtà, in radio e in video, è estremamente difficile.
Non bisogna annoiare, ma nemmeno rifugiarsi nel sogno; occorre divertire, ma anche affrontare i problemi seri; problematizzare, senza esagerare.
La vita nasconde un'infinità di anfratti che val la pena di sondare e svelare.
Con uno slogan, caro ai giornalisti, la prima grande direttiva è raccontare le storie: storie brutte e belle; storie assurde, ma anche molto normali e positive; storie serie, ma anche divertenti e di evasione. E' dalle storie che si può risalire ai legami, alle cause, alle trasformazioni.
Storie non soltanto di persone, ma anche di luoghi, di periodi, di ambienti, di futuro.
Il vezzo di inseguire spicchi privilegiati di società (politica, cultura, cinema, sport, economia) nasconde l'autocelebrazione di chi ha poteri e approfitta del mezzo di comunicazione pubblico per propri privilegi.
Lo squilibrio tra dettagli di palazzo e vita reale va soppresso, pena la disassuefazione dai mezzi di comunicazione, con il risultato di un pessimo servizio di informazione.
Per raccontare le storie occorre genialità: capacità cioè di risalire da circostanze normali, a messaggi oltre le circostanze. In questi passaggi si misurano professionalità, creatività, arte e cultura.
Solo grandi professionisti sono in grado di rendere generale ciò che è particolare; interessante ciò che è ovvio; illuminante ciò che appare scontato.
Inseguire "la notizia" e gonfiarla quando non lo è, significa non essere in grado di leggere ciò che avviene nella realtà: sotto casa, ma anche nel paese e nel mondo.
Il traino alle sole notizie di agenzia non paga: la radio e la tv diventano scontate e fotocopie di altri che hanno deciso e scritto. C'è, in termini espliciti, da recuperare il mestiere di giornalista, capace di andare a leggere il mondo e raccontarlo.
Infine i toni "apocalittici" ancora oggi troppo presenti, per ogni circostanza, sono artefatti, inutili e stantii. L'antidoto è forse un sano realismo, non esente da ironia e autoironia.
Considerare tutti imperatori e determinanti per le sorti del mondo è fuori da ogni ragionevole realtà ed esprime sudditanza più che creatività.
Sembrerà strano che il mondo della società civile, impegnato nella vita difficile del recupero e della marginalità, non chieda nulla di particolare. Non è strano perché sarebbe un pessimo servizio quello che riducesse il mondo all'attenzione dei soli bisogni.
I bisogni esistono, come esistono le risposte; esiste la marginalità, perché esiste la normalità; esistono le sconfitte, come le vittorie; il ridere come il piangere.
Ci aspettiamo dunque una tv intelligente e creativa: che faccia da specchio alla realtà, ma anche capace di prospettare futuro e soluzioni.
Probabilmente chiedendo poco, chiediamo troppo: è sempre in agguato il gioco di chi promette e mantiene per sé; dichiara attenzione, ma favorisce interessi e amici.
Non possiamo che essere attenti e, se la delusione fosse cocente, spegnere radio ...

07/01/02

Prostituzione e ipocrisia

Ritorna spesso in Italia la discussione sulla prostituzione: in genere quando qualcuno - questa volta il Presidente del Consiglio - protesta per le scene non edificanti sulle strade; qualche altra volta per le lamentele di abitanti di quartieri a rischio.
Le tesi contrapposte sono due.
La prima dice: sistemiamo, una volta per tutte, la storia della prostituzione. Considerato che la prostituzione in sé non è reato, tanto vale organizzarne l'esercizio. Case chiuse, cooperative, quartieri a luce rosse, vetrine ecc. diventano varianti della regolamentazione. Si tratterebbe, in ultima analisi, di trovare la forma più efficace per l'igiene, la sicurezza, la tranquillità sociale, il fisco, la lotta allo sfruttamento.
Esempi di organizzazione non mancano: Olanda, Germania non sono che spunti di un'unica soluzione. Lo stato interviene per i risvolti di ordine pubblico (tranquillità, igiene, tasse ecc.) considerando la prostituzione tra adulti un'attività lecita.
Una seconda ipotesi, molto minoritaria, dichiara che la prostituzione in sé è un mercato "turpe" e come tale va combattuto: non solo sul versante delle donne e uomini che si prostituiscono, ma anche sul versante dei clienti. Un mercato "turpe" non può essere regolamentato, ma semplicemente combattuto e represso.
In Italia sembra prevalente la prima tesi: tanto vale, con coraggio, assumersene le conseguenze e iniziare una ipotesi di regolamentazione. La soluzione però sembra troppo forte, perché regolamentare la prostituzione con una legge fa male a quel "senso comune del pudore" che non sappiamo se derivi dalla coscienza cattolica o semplicemente dalla cultura araba-mediterranea a forte tinte familistiche. La conseguenza è che la prostituzione è sparsa sul territorio nazionale, poggiando su variabili che sfuggono a qualsiasi logica.
Si assiste così alla contraddizione di un vasto permissivismo culturale e a repressioni per la tutela dei propri territori (si vedano le campagne, in genere estive, dei sindaci delle coste adriatiche) anche molto forti.
Personalmente siamo sostenitori della seconda ipotesi: la prostituzione va combattuta perché è uno scambio che non rispetta la dignità delle persone. Quella stessa dignità che impedisce altri contratti ritenuti "turpi": la bigamia, ad esempio, la compravendita di un bambino per una coppia sterile, la cessione di un organo a scopo lucrativo.
Il sospetto è che permanga, nella sottocultura che definisce la prostituzione l'arte "più antica del mondo", un forte contenuto possessivo, per cui il padrone (uomo in genere, ma recentemente anche donna) possa "comperare" molte cose: tra queste anche le prestazioni sessuali. E' forse questo il motivo che vede accomunate culture apparentemente contrapposte, ma che si riunificano nel comune denominatore dell'acquisto.
L'ipocrisia recente mette insieme sostegno alle famiglie regolari e regolamentazione della prostituzione, quasi a voler definire le regole morali del "benpensante" che ha una famiglia perfetta, ma a cui qualche passaggio dalla prostituta o dal femminiello fa bene alla salute.
La volgarità e l’ipocrisia non hanno più limiti.

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