24/01/03

Full welfare *

Da diverso tempo rifletto sul fenomeno dell'abbandono della coscienza della solidarietà che la nostra gente sta vivendo.
I gruppi e le comunità vivono direttamente e abbastanza drammaticamente il senso della solitudine. Sempre più la nostra funzione è quella di "operatori ecologici": gli addetti alla pulizia della città, perché i quartieri siano abitabili da gente tranquilla e serena. Noi viviamo e siamo stimati in funzione del lavoro a noi affidato. Altri pensano e decidono: a noi il mestiere di nascondere e custodire chiunque disturba la quiete dei cittadini per bene.
Ad una prima reazione di rabbia e di tristezza è subentrata una riflessione profonda del perché i cittadini e le cittadine abbiano abbandonato il senso del legame civile che solo permette una politica sociale degna di un paese a civiltà avanzata.
Osservando attentamente il quadro di riferimento economico, sociale e culturale sono giunto alle seguenti conclusioni.
1. Il "sistema" generale di agiatezza che viviamo costringe ogni individuo adulto e ogni famiglia ad una "corsa" quotidiana e costante non già per arricchire (privilegio di pochi), ma semplicemente per mantenere uno standard di vita accettabile. Ciò significa che non c'è spazio per attenzioni terze. La propria sopravvivenza agli standard è preoccupazione costante. Le persone non si fermano; hanno da fare; debbono pensare a se stesse e ai propri figli.
2. Tutto è monetizzato: è la seconda osservazione. Anche le relazioni più intime (con i bambini, con la persona anziana, con il malato) sono sottoposte al ritmo che il tempo esige. Non c'è spazio per il dono, non c'è spazio per il gratuito.
3. Tutto è estraneo: la cerchia di chi ci si può fidare si restringe sempre di più. Pochi amici, non tutti i familiari. Ciascuno deve tener conto delle proprie forze: non ci si aspetti nulla di importante di fronte a una seria difficoltà della vita.
4. Questi tre elementi producono il senso della precarietà e quello della solitudine. Precarietà per il luogo dove viviamo, per il lavoro, addirittura per gli affetti.
La solitudine crea ansia e tristezza: amici, conoscenze, relazioni sono sottoposte a verifica di potere. Se sei a posto, se conti, se sei qualcuno, tutto funziona. Se stai in difficoltà (per condizione culturale, economica, sociale) il cerchio si fa sempre più stretto fino alla solitudine estrema.
5. Il quadro descritto non è riferibile a gruppi di persone "speciali". Poveri, vecchi, vulnerabili, ma è una condizione di normalità che coinvolge tutti, anche quelle fasce di popolazione che ieri erano (o si ritenevano) sicure.
6. Il welfare pensato fino ad oggi non funziona più: la povertà, la precarietà, la solitudine cambia di quantità, non di qualità. Anche ceti di persone relativamente "sicure" oggi non lo sono più: un qualsiasi meccanismo negativo riduce a "povertà", ampiamente intesa, chiunque.
Sono terminati i tempi nei quali categorie di persone, sufficientemente ampie, cercavano il riscatto o il miglioramento della vita. Tutti sono sottoposti alla legge di mercato: ogni pezzo prodotto (salute, mestiere, ceto, funzione) è sottoposto alla legge della domanda e dell'offerta, nessuno esente.
7. Il welfare odierno, per riprendere significato, può essere solo "full", totale, nel senso che garantisce tutti: il povero, il pensionato, il quartiere degradato, ma anche il commerciante, l'artigiano, l'impiegato, il figlio, il nonno.
La "presenza" sociale (dello stato e del privato sociale) va estesa dunque a chiunque, se chiunque può essere soggetto a degrado.
8. Il welfare è totale non solo se guarda la condizione della persona, ma se si allarga all'ambiente (pulizia, viabilità, rumorosità, sanità, scuola) nel senso più ampio del termine, coinvolgendo - non è eresia - elementi ritenuti fino a ieri marginali della vita privata e collettiva (la vacanza, il tempo libero, il commercio).
Un welfare insomma che tuteli "tout ...

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