16/07/01

Meglio Genova deserta

Man mano che si avvicinano i giorni dell'appuntamento a Genova del G8, fortissima si fa la convinzione di non dover andare a manifestare.
Sta infatti prevalendo, senza freni e ritegno, la teatralità della manifestazione.
La città ripulita, i panni da non stendere, le facciate dei palazzi brutti ricoperti, la chiusura delle stazioni, zona rossa e zona gialla, polizia e carabinieri, in un crescendo di drammatizzazioni che nulla hanno a che fare con la sicurezza.
Il tutto - è la giustificazione - per proteggere gli otto "grandi": talmente grandi che, proprio in questi giorni i giornali si occupano di cosine che riguardano alcuni di loro che proprio grandi non sono, ma sembrano appartenere a "ladri di polli".
Nei 25 anni che hanno visto i "grandi" riunirsi, lo spettacolo è stato sempre lo stesso. Apparenze, teatralità, nullità di fatto: nel tempo si sono scoperti interessi personali, gravi responsabilità di gestione, addirittura denunce per corruzioni, connivenze e favori.
Gli scienziati dell'economia dicono che non sono loro i padroni del mondo: i padroni abitano altrove e non fanno ritrovi pubblici; usano la telematica, vivono nell'anonimato, decidono rapidamente, spostano risorse tali da decretare i destini di interi popoli. I rappresentanti della politica non sono nemmeno i "portavoce" di chi conta. Nonostante questo si autocelebrano, fanno di tutto per apparire, spendono soldi degli altri per farsi belli.
Le organizzazioni del Genoa social forum hanno posto problemi reali del mondo: le desertificazioni, la fame, le guerre, le malattie.
Forse, per la prima volta, si è fatto capire che i problemi del pianeta appartengono a tutti e sono seri. Altro non rimane da fare: continuare a far comprendere che oramai la vita di un popolo dipende dalla vita di tutti gli altri.
Sarebbe bello che Genova fosse deserta, completamente deserta, come quando fanno brillare una vecchia bomba, con la gente a mare, a far festa, con migliaia di poliziotti a sbadigliare, a sudare inutilmente. Abbandonare gli otto ai loro regali, alle loro riunioni, alle loro manie, tutto per far capire che rappresentano le loro pochezze.
I giornalisti non saprebbero più che scrivere: hanno già raccontato tutti i contorni degli arrivi, dei regalini, del menu, dei vini e dei dolci. Non differentemente da una festa di matrimonio o di prima comunione.
Se poi i collegamenti televisivi e i tg fossero disertati, non farebbero più alcun G8. Perché le riunioni dei "grandi" servono purtroppo solo a chi le fa. E senza spettatori, lo spettacolo sarebbe annullato.

06/07/01

Il G8 felice

Fa impressione il grande numero di associazioni coinvolte nel Genoa Social Forum.
Rappresentano un vasto popolo di gruppi associati in forme legali e spontanee. Talmente numerosi che quasi si stenta a capire le linee di azione dei tanti gruppi che contestano l'incontro dei potenti del G8.
Esprimono tutti il rifiuto alla globalizzazione. In estrema sintesi al cosiddetto "popolo di Seattle" non sta bene che sia il mercato, con le sue leggi del massimo profitto, a governare il mondo.
In questa presa di posizione dovrebbe ritrovarsi la stragrande maggioranza dei popoli del mondo. Quasi nessuno può essere contento che siano pochi i ricchi e tutti gli altri poveri.
Nonostante questa elementare verità, il popolo dei "contestatori" è visto come un pericolo e come un rischio, anche da chi non ha nulla da guadagnare dalla globalizzazione.
La spiegazione è complessa, ma non impossibile. Il primo rifiuto è quello della violenza. Tra i contestatori c'è chi non disprezza la violenza, anzi in qualche modo è pronto allo scontro, se non alla provocazione. Di fronte alla violenza il rifiuto non può che essere netto. Si può tranquillamente dichiarare che la violenza è un buon alleato di chi si dice di voler combattere.
Il secondo motivo è la destabilizzazione dell'ordine costituito. Spesso, nel proprio precario equilibrio, si ha paura di cambiamenti che possono turbare piccoli e grandi privilegi: più facile curare la propria serenità, anche se piccola piccola. Non tutti sono in grado di avere uno sguardo ampio delle sorti del mondo.
Infine una specie di autocommiserazione impedisce di guardare mali più gravi. A quanti fanno notare ingiustizie e disparità, molti reagiscono invocando le "proprie" disgrazie, concentrandosi sui propri problemi e dolori.
A tutti noi spetta il compito e la pazienza di far capire che la contestazione non è fine a se stessa, ma è orientata a una giustizia e ad un benessere maggiore per tutti, compresi i popoli benestanti.
Il non rispetto delle persone, la loro schiavizzazione, le guerre inutili e fratricide sono mali anche per chi, lontano, si sente al riparo da simili eccessi. La terra può e deve essere governata con maggiore giustizia e umanità.
Non abbiamo nulla contro nessuno: desideriamo che i bambini non muoiano di povertà o di malattie curabili; che i fanciulli non siano schiavizzati; che i lavoratori possano vivere del loro lavoro, che le donne siano rispettate nel loro essere mogli e madri; che i vecchi possano continuare a campare nelle proprie case.
Chiedere tutto ciò non è contestare: è semplicemente voler contribuire ad una vita dignitosa e felice per tutti.

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