31/07/02

Dettagli di una giustizia di ricchi per ricchi

"Le tele dei ragni pigliano le mosche
e lasciano scappare le vespe" (Plutarco)
In questi giorni assistiamo all'accanimento dei rappresentanti del nostro popolo su alcuni "dettagli" di giustizia. Era già successo per i problemi legati al falso in bilancio; ora è la volta del legittimo sospetto.
Dettagli di un quadro che tutti, cittadini e addetti ai lavori, definiscono disastroso, se oltre il 70% dei cittadini italiani si è dichiarato insodddisfatto di come è amministrata la giustizia.
Il primo obiettivo generale della Direttiva del Ministro della Giustizia per l'anno corrente faceva ben sperare: riguardava le modifiche per la normativa che desse la certezza del reato, del processo, della pena e della durata ragionevole del processo stesso.
Chi era stato vittima di un furto, di un borseggio, di un imbroglio finalmente, in poco tempo, avrebbe avuto giustizia.
La logica era dunque si mettesse mano su quel complesso mondo del triangolo composto dalla vittima-avvocato-giudice che è poi l'attività giudiziaria.
Assistiamo invece a discussioni accanitissime intorno a marginali questioni che hanno poco a che fare con la richiesta di sicurezza e con i milioni di processi in corso in Italia.
La domanda sul perché avvenga questo è dunque pertinente. Senza entrare nel cuore delle attuali questioni, l'unica risposta che siamo riusciti a dare è che la giustizia è ancora una volta problema di ricchi per ricchi.
Un'antichissima tentazione che ha attraversato la storia occidentale ed è attuale.
Non a caso Plutarco ha lasciato scritto che "le tele dei ragni pigliano le mosche e lasciano scappare le vespe", per dire che la giustizia spesso colpisce i piccoli e risparmia i grandi.
Non rimane che aggiornare ai nostri giorni la triste constatazione che continua lo scempio di una giustizia umana che non è tale, perché non è equa, né efficiente, né morale.
E' ancora una questione di censo e di potere. Addirittura l'avvento di complesse e farraginose norme, dietro la facciata di presunta democrazia, nasconde la raffinata intenzione di tutelare i pochi che hanno conoscenze e soprattutto risorse capaci di entrare nei complessi meccanismi di giustizia.
Al povero cristo che rimane vittima, rimane la scelta di lasciar perdere o di dar fondo ai pochi risparmi disponibili: la probabilità di ottenere giustizia, per la nostra modernissima Italia, è talmente bassa da sfiorare lo zero.

25/07/02

Dpef: tranquilli, per il sociale si considererà l’ipotesi di un sostegno

Il Dpef è una specie di enciclica laica che il governo di turno è costretto a scrivere, illustrare e molto meno a rispettare.
Difficile capirlo tra le pieghe dei paroloni, per chi non è addettissimo ai lavori: figurarsi per chi è preposto al sociale che, per definizione corrente, non è produttore di ricchezza, ma caso mai dissanguatore.
Il documento di quest'anno ha solenni dichiarazioni generali anche per il sociale.
"La stabilità, le riforme, lo sviluppo, l'equità" sono le colonne portanti del documento.
Sul sociale gli intenti, ancora più solenni: la famiglia è stata scelta quale obiettivo centrale di intervento, per "procedere alla modernizzazione, al potenziamento, alla facilitazione dell'accessibilità e della fruibilità di tutti i principali servizi: assistenza domiciliare ai malati cronici, ai disabili, agli anziani e un procedere infine a una celere realizzazione del "piano nazionale degli asili nido" aziendali, interaziendali, di quartiere e pubblici".
Se non che - qui incominciano i problemi - il documento avverte che tutto ciò potrà essere realizzato, compatibilmente con "le esigenze della finanza pubblica". L'obiettivo, molto più modesto, alla fin fine diventa: "Il Governo, pertanto, intende, nell'ambito delle compatibilità di finanza pubblica, almeno consolidare le risorse destinate alle attività indicate nel Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali, al livello dell'anno 2002, prevedendo comunque la possibilità di integrare il Fondo nazionale per le politiche sociali per ulteriori iniziative a sostegno delle attività sociali."
In soldoni, se tutto va bene, si rimane a livello di quest'anno, con tutti i problemi connessi di risorse mancanti.
Nello stesso momento dell'annuncio del Dpef infatti, il Ministro della sanità dichiarava che non c'erano risorse per gli anziani e i malati cronici; quello dell'Istruzione rivedeva in basso l'assistenza degli handicappati nelle scuole; le Regioni e i Comuni lamentavano i tagli alla spesa sociale.
Le conclusioni, per il sociale, sono purtroppo desolanti. Nessun diritto sociale è esigibile: ai problemi delle fasce deboli rimangono le briciole. Con un'avvertenza: anche le briciole stanno terminando.
Essendo stata promessa la riduzione delle tasse; non essendosi attivato lo sviluppo economico previsto, non rimane che limare, ancora una volta, le poche risorse dei disperati.
In compenso, se a qualcuno è sufficiente, lodi sperticate alle associazioni del non profit, il cui "valore" il Dpef riconosce ogni oltre limite. Infatti "La positiva valutazione degli interventi svolti dalle associazioni di volontariato e da organismi senza scopo di lucro nel campo dell'assistenza ... pone la necessità da parte del Governo di considerare un ulteriore sostegno per tali attività, affinché l'esperienza maturata possa essere riprodotta e potenziata."
Si badi bene: si considererà l'ipotesi di un sostegno; nemmeno la si assicura.
Mai letto un documento economico, con così tanti condizionali.

12/07/02

La “logica” di fondo

In contemporanea, due notizie significative illuminano la linea "sociale" governativa.
Con l'approvazione della legge Bossi-Fini si stabilisce definitivamente che gli immigrati possono essere accolti solo se produttori di valore aggiunto alla nostra economia.
Con un contratto di lavoro in mano, con un buon italiano almeno parlato, possono andare e venire nel nostro paese, a condizione di essere ritenuti utili alla sviluppo economico: senza diritti e senza pretese.
Per il resto non disturbino e non appellino a "misericordie" che sono possibili solo come occasioni di lavoro: dichiarazione di un ministro "cattolico".
Dell'approvazione della legge i partiti di maggioranza si dicono soddisfatti, sicuri di aver dato un forte contributo alla sicurezza del paese. Probabilmente interpretano la cultura mercantilistica della nostra gente, niente affatto schifata da un latente sfruttamento, contrabbandato addirittura come solidarietà. La logica stringente della legge dice: in fondo questi neri sono utili. Li accogliamo e li teniamo d'occhio: le impronte digitali a loro richieste, i contratti di lavoro indispensabili per rimanere in Italia sono due lucchetti che non lasciano loro spazio.
Il solidarismo, i pari diritti e tutte le altre sciocchezze di buonismo li lasciamo a preti, vescovi e associazioni varie che parlano, parlano perché non hanno il senso dell'economia.
Quello stesso senso economico che non hanno quando ci si occupa di sanità. Le risorse nella sanità non bastano. E che pensa il Ministro Sirchia? Per tutte quelle categorie improduttive (vecchi, disabili, cronici) che sono inutili e fanno spendere troppo inventiamo delle assicurazioni. Quando uno sarà vecchio si ritroverà in un cronicario o in una clinica, a seconda di come avrà versato a risparmio. A ognuno il suo e arrivederci e grazie.
Che di questa politica sociale siano contenti, dicono, i rappresentanti dei ricchi, non meraviglia; meraviglia invece che il consenso sia largo e popolare.
Vorrà dire che le associazioni non profit cattoliche e laiche torneranno all'elemosina, raccogliendo anche per i nostri vecchietti, disabili e cronici, pacchi dono a Natale, ma anche roba vecchia per tombole e pesche, come ai bei tempi.
Fino ad ora, sembra dire qualcuno, questi poveri hanno goduto troppo. E' ora di tornare alla normalità: con un po’ di cannonate in mare se serve contro gli intrusi e un bel po’ di elemosina che non guasta per lenire i peccati.
Bisognerà firmare una petizione perché nella nuova carta costituzionale europea non compaia né il cristianesimo, né Dio, abbondantemente dimenticati e offesi nella pratica: così non si cita il nome di Dio invano.

05/06/02

Una legge piccola piccola

La nuova legge sull’immigrazione è in dirittura d’arrivo. Prima dell’approvazione definitiva sono probabili aggiustamenti e ritocchi; la sostanza è comunque già abbondantemente definita.
Nata per contrastare l’immigrazione clandestina e rispondere alla richiesta di sicurezza da una parte e di manodopera dall’altra, si è trasformata, nell’attuale stesura, in una “piccola, piccola legge” di stile coloniale”.
L’ingresso di extracomunitari nel nostro Paese sarà possibile, sostanzialmente, per motivi di lavoro. Lo Stato italiano ai cittadini extracomunitari dice semplicemente: “Potete venire solamente se e in quando sarete lavoratori. Verrete se avremo bisogno di voi, dopo aver esaurito tutte le risorse umane interne al nostro Paese e potrete rimanere in Italia esclusivamente se continuerete a essere lavoratori”.
Le modalità tecniche della legge mirano, infatti, a questo unico obiettivo: contemporaneità del contratto di lavoro e del permesso di soggiorno, fissazione delle quote di ingresso, abolizione dell’istituto dello sponsor, procedure di espulsione, identificazione dello straniero, e un lasso di tempo limitato per la ricerca di un nuovo lavoro, in caso di disoccupazione.
In parole povere, ogni ingresso è permesso solamente se lo straniero è portatore di valore aggiunto all’economia nazionale. Ogni altra considerazione è fuor di luogo: per questo la legge è “coloniale”. Sono rimodellati al basso i diritti civili e umani: si crea così – e non da oggi – un diritto speciale per gli stranieri, con attenzione alla loro produttività, dalla quale esclusivamente dipende la permanenza in territorio italiano, la possibilità della privazione delle libertà individuali nei cosiddetti “campi” o l’esigenza delle impronte digitali, quale mezzo di identificazione, a prescindere da ogni altro strumento legale di riconoscimento. Lo Stato di origine dell’immigrato viene semplicemente ignorato dal provvedimento, con disprezzo di ogni corretto rapporto internazionale.
Nessuna considerazione, e tanto meno impegni, nella legge per i problemi economici e sociali dei Paesi dai quali l’emigrazione proviene; nessun impegno per l’integrazione; nessuna considerazione per i problemi legati alla casa, alla lingua, alla vivibilità della vita di extracomunitari lavoratori.
Il lavoratore extracomunitario deve essere competitivo, arrangiarsi e stare attento a non farsi licenziare: una perfetta macchina produttiva ricattabile.
Sembrano saldarsi interessi e furbizia, con la ricerca di buoni risultati economici a basso costo.
E’ una legge piccola, piccola quella che sta per essere approvata: l’ondata migratoria, di cui le cronache giornalmente ci informano, la clandestinità, i luoghi degradati delle nostre città non nascono dal caso o dalla cattiveria di gente malvagia.
Due, almeno, dovevano essere gli obiettivi centrali di una nuova legge sull’immigrazione: un grande piano – italiano ed europeo – di investimenti nei Paesi di origine delle migrazioni, così da abbassare la pressione migratoria: e un serio piano di integrazione degli stranieri presenti in Italia.
Si è preferito, invece, accentuare lo stato di polizia: una simile politica ha il fiato corto e alla lunga non sortirà effetti. La clandestinità diventerà un gioco duro e sarà gestito, ancor di più, dalla criminalità internazionale e nazionale, grazie anche alle complicità, tutte italiane, che la alimentano. L’esigenza della sanatoria delle “serve”, eufemisticamente chiamate badanti, e forse – che grande discussione – dei lavoratori in nero, ne sono già purtroppo riprova.
(Pubblicato su Famiglia Cristiana n. 23/2002)

24/05/02

Politiche sociali governative:

Non ci vuole molto per commentare il primo anno dell'attuale governo sulle politiche sociali in Italia.
Sostanzialmente sono stati due gli impegni: l'integrazione al milione della pensione ai vecchi poveri, la legge sull'immigrazione.
Il resto è tutto uno slogan; un faremo, un vedremo, infiniti "libri bianchi" che vorrebbero ricominciare dall'anno zero, in realtà prendono tempo in attesa di...
Dagli appelli e dagli annunci comunque si possono trarre linee di orientamento “sociale”.
La prima constatazione è l'assoluta indifferenza governativa alle politiche sociali della popolazione debole. Nessuna risorsa aggiuntiva, nessun interesse ai cittadini e cittadine in difficoltà.
Non fanno parte della strategia governativa, tutta incentrata su chi ha già risorse. La stessa legge sull'immigrazione è concepita come occasione di risorse e non come legge sociale: questa legge sembra dire agli immigrati "mi spiace per voi, ma noi non possiamo che guadagnare dalla vostra presenza in Italia; in caso contrario statevene pure a casa: con le buone, altrimenti useremo le cattive". Su questa proposta di legge l'attenzione è stata posta eccessivamente sulla sicurezza e sull'integrazione. In realtà è un mix dal doppio volto, sociale ed economico: il secondo è prevalente.
Altro elemento di riflessione: il Ministero del Welfare è debolissimo nella compagine governativa. I grandi temi sociali (immigrazione, prostituzione, carcere...) sono appannaggio dei leader massimi; il resto è talmente routine che il lavoro consiste nello stoppare l'esistente e nel prendere tempo per il futuro. Ciò significa che l’attenzione è verso la popolazione “normale” e non verso “i vulnerabili”.
Altro dato ancora è l'assoluta mancanza di risorse: non sono previsti investimenti nel sociale, anzi; si tenta di spolpare quel poco che esiste: la voracità non ha mai limite.
Il terzo elemento è la filosofia che sottostà alla concezione di politiche sociali. Può essere sintetizzata con la regola della doppia g: "guarire, guardare". La politica è attiva se c'è speranza di guarigione. Chi non ce la fa può essere reso solo innocuo (cfr. tossicodipendenza, prostituzione, psichiatria). Per chi è cronico, strutturalmente debole e senza speranze, pazienza. Non si possono investire risorse su chi non ha speranza.
Quarto elemento: immissione del privato profit e non profit nelle politiche sociali. Largo spazio alle imprese profit (a svantaggio di chi utilizza i servizi) in linea con le politiche di sviluppo economico, appello a quelle non profit perchè sostanzialmente a basso costo.
Nel complesso dunque la politica del governo sta esaltando, con estrema chiarezza, la concezione del cittadino produttore di economia. Solo costui ha diritti di parola e di tutela. Da questo punto di vista è lineare l'innalzamento della pensione agli ultrasettantenni poveri, i fondi per gli asili nido, le promesse per le famiglie. Chi, per motivi diversi (di razza, di salute, di territorio, d'età) non ha questi requisiti, non può che essere assistito per bontà da chi lavora e produce. Sintomatici i gesti del Presidente del Consiglio di offrire 5 milioni alla prostituta e di esporre la bambina al rientro dall'Algeria.
Questa concezione spazza via d'un colpo ogni politica di welfare occidentale, per ritornare alle politiche di sopravvivenza, caratteristiche dei paesi poveri o emergenti.
Ma se in quei paesi è drammatica la scelta in quanto le risorse sono effettivamente poche, nel nostro paese diventa crudele e colpevole trattare i cittadini in maniera diversa e discriminatoria.
Nel tempo questa politica diventerà più esplicita. Fa tristezza che non se ne renda conto chi dovrebbe. Tutti coloro che dicono di aver rispetto della persona - primi fra tutti gli uomini di Chiesa e i cosiddetti “politici cattolici”- a prescindere da ogni altra considerazione. Un esempio: la recente "grande discussione" tra badanti e la ...

27/03/02

La Pasqua dei “vulnerabili

Tra poco sarà Pasqua e, nella tradizione cristiana, questa festa significa la sconfitta del dolore e della morte, con una visione che suggerisce la speranza della soluzione di problemi insoluti, anche gravi.
Nella nostra Italia, pure cattolica e osservante, la festa è ridotta alla dimensione privata della fede popolare.
Nemmeno un cenno pubblico allo scandire della grande festa religiosa. Non solo, ma sembra che "i problemi", molti e irrisolti, siano affidati a mani indifferenti e ostili.
Per noi che viviamo a stretto contatto con le sofferenze dei "vulnerabili", la Pasqua ci suggerisce di mantener fede agli impegni, sicuri che, nel tempo, le ragioni della vita prevarranno.
Il clima che ci circonda è chiaramente astioso ai vulnerabili: di un'ostilità sfacciata e volgare, attenta agli interessi dei benestanti, infastidita da chi osa mettere in dubbio questa logica.
Non si tratta, come stupidamente si va ancora dicendo, di toni sbagliati. Si tratta dell'emersione di una visione autocentrata su chi ha e su chi può, con una catena di conseguenze antropologiche, istituzionali, politiche, giuridiche, economiche.
Non abbiamo nessuna voglia di separare spiriti e corpi; dimensioni personali e dimensioni collettive, ambiti laici e religiosi.
La fede ci suggerisce un'unità di intenti e di azioni, protesa al benessere di tutti, sia nella dimensione spirituale che in quella materiale.
Sono questi i motivi che ci spingono ad opporci a quanti, rappresentanti del popolo o semplici cittadini sono sordi ad ogni invito all'attenzione e alla solidarietà per i deboli.
Non si tratta di dettagli di scelte, di leggi, di orientamenti: si tratta di sapere chi sono i destinatari dell'azione singola e collettiva.
La Chiesa ufficiale italiana, in questa seconda Pasqua di inizio millennio, tace con un silenzio colpevole, quasi che le azioni pubbliche e private siano indifferenti. Se non è opportuno scendere su terreni di scelte pratiche, non è possibile tacere se le persone sono ridotte a forze lavoro, se i vulnerabili sono considerati marginali, se i deboli sono sorretti solo con azioni compassionevoli.
Non sono queste le matrici del cattolicesimo: chi se ne allontana è un traditore del nucleo centrale del messaggio cristiano, al di là delle autoproclamazioni o, peggio ancora, delle autoassoluzioni.
Per motivi profondi di coscienza continuiamo a stare dalla parte dei vulnerabili, difendendone la dignità, tutelando la loro salute, promovendo il loro futuro.
Saremo parte attiva, per ciò che ci compete e per quanto siamo capaci, nel coinvolgimento di coscienze vive perché il benessere sia partecipato a tutti, contribuendo al grande progetto dell'universo, nel quale ogni creatura, ha il posto e la dignità che gli compete.

21/02/02

Sana e vispa

Il primo anno dell'agenzia può essere paragonato al compleanno di una bambina: concepita di proposito, sta crescendo con intelligenza e in salute.
Chi ha seguito "redattore sociale", l'incontro con i giornalisti che ogni anno, da otto anni, si tiene a Capodarco, sa bene che il progetto dell'agenzia è stato pensato a lungo e quando è nata i loro genitori sapevano bene che cosa volevano.
Due caratteristiche la contraddistinguono: la prima è che viene dal mondo della marginalità. Immersa fisicamente nelle strutture e nella vita della Comunità di Capodarco, è in continuo e costante contatto con i problemi veri della marginalità. Il riferimento al Coordinamento delle comunità di accoglienza (C.N.C.A.) permette di monitorare "concretamente" i problemi che affronta.
Contatto oggi allargato a 1.100 associazioni in Italia, come dimostrano le schede annesse all'agenzia.
Si può dire che non c'è fenomeno "sociale" di rilievo che oggi non sia intercettato dall'agenzia.
La seconda caratteristica che la contraddistingue è quella di essere composta da professionisti dell'informazione. Giornalisti e ricercatori che in sede e nel territorio comunicano "notizie".
Non insegue polemiche e ciarpame pure presenti nel mondo del sociale, ma si impegna a far emergere "i problemi" e le "soluzioni" del vasto mondo delle politiche sociali, non escluse la "teorizzazione" seria dei fenomeni.
Queste due caratteristiche spiegano "il successo" dell'agenzia i cui abbonamenti dicono il suo valore e la sua consistenza.
L'unica nota stonata è l'ottusità con la quale il nuovo Ministro del welfare ha staccato la spina, con due righe di fax, con la promessa di spiegazioni, mai arrivate.
Quel fax è appeso, debitamente incorniciato, alle pareti dell'agenzia, fa disonore a chi l'ha spedito e non già a chi l'ha ricevuto.
Le prospettive dell'agenzia sono quelle di consolidarsi nei referenti e nel territorio. I visitatori del sito, moltissimi dei quali professionisti, con riscontri nelle testate e nei notiziari, ci fanno sperare.
Andremo dunque avanti, sicuri di fare un servizio utile e doveroso: il tempo continuerà a darci ragione.
L'unica salita, come era da prevedere, è quella economica: senza capitale sociale e senza veri investimenti, si fa fatica a vivere nei giorni.
Questa difficoltà è la riprova di non essersi affidati al "mercato", di non aver avuto "sponsor", di aver iniziato e proseguito nello stile del "no profit". Siamo felici di tutto ciò, anche se la felicità non è mai a buon mercato.

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